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Giorno del ricordo – 10 febbraio 2026

Il 10 febbraio di ogni anno l’Italia celebra il Giorno del Ricordo, una ricorrenza istituita nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata.

La Fondazione Gramsci Emilia-Romagna propone come di consueto la lettura di un volume che è stato recentemente pubblicato e che è disponibile nella nostra biblioteca:


La frontiera ferita. Guerre, fascismo, foibe, esodo di di Gianni Cuperlo (Marietti 1820, 2026)

Quella della frontiera adriatica è una storia di ferite non rimarginate. E il sangue negli ultimi anni è stato la ragione, quando non il pretesto, per fare della memoria della violenza un’arma politica e, sempre più spesso, ha trasformato il dibattito istituzionale in dolorosa mistificazione. A partire da questa lacerazione Gianni Cuperlo ha scelto finalmente di attraversare una storia che è sua da tanti punti di vista: di triestino, italiano, antifascista, comunista. Le pagine che ne sono emerse sono trasparenti e irradianti come cristallo: capaci di tenere insieme l’esperienza personale e un’attenta bibliografia. Così la frontiera ferita non è solo quella che attraversa il confine tra italiani e slavi, ma è il margine della stessa coscienza europea, segnata da una serie di conflitti che hanno permesso di costruire una democrazia internazionalista oggi chiaramente in crisi, ma che sta a noi continuare a immaginare.

Gianni Cuperlo è nato a Trieste nel 1961. Oggi parlamentare del Partito democratico, ha fatto politica fin da giovanissimo nella Fgci e ha sempre accompagnato la sua militanza politica con una fertile attività intellettuale. Tra i suoi ultimi libri Un’anima (Donzelli, 2019) e Rina­scimento europeo (Il Saggiatore, 2022).

Alla fine del testo sono presenti alcuni documenti di riferimento che approfondiscono e arricchiscono la lettura e le varie vicende storiche. Si tratta di:

  1. Relazione della Cornmissione mista sto-rico-culturale Italo-slovena (1993-2001). Un tentativo di costruire una memoria storica condivisa dopo un secolo di tragiche contrapposizioni.
  2. Vademecum per il Giorno del ricordo, a cura dell’istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia.
  3. Mostra multimediale Il confine più lungo. Dai conflitti alla riconciliazione sulla frontie-ra adriatica, 12 febbraio 2023, Carpi.
  4. Mostra multimediale virtuale A ferro e fuo-co. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-1943, a cura dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contem-poranea nel Friuli Venezia Giulia nel 2021.
  5. Dichiarazione congiunta del presidenti della Repubblica italiana, di Slovenia e di Croazia in occasione del Concerto dell’Ami-cizia del 12 luglio 2010

Possiamo leggere tra le prime pagine:

Quando, a fine marzo del 2004, il parlamento ha istituito il Giorno del ricordo, l’obiettivo dichiarato voleva conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. La data cadde sul 10 febbraio scegliendo il rimando all’anno della firma sui trattati di pace a Parigi, era il 1947. Almeno nella forma doveva essere l’esito della guerra sul confine dove il dopoguerra si apprestava a farsi conflitto irrisolto. La data aveva sancito il passaggio alla Jugoslavia delle terre istriane, del Quarnero, di Zara e di una consistente porzio ne della Venezia Giulia alle spalle di Gorizia e Trieste. Negli anni successivi circa trecentomila persone, la quasi totalità della presenza italiana e con loro alcune decine di migliaia di slovení e croati, furono costrette a lasciare case, campi, i luoghi della vita e di tradizioni familiari. Lo fecero valendosi, chi più chi meno, del diritto di opzione previsto dal Trattato con la possibilità di trasferirsi altrove, soprattutto nella penisola. Per la maggior parte fu lo sbocco di pressioni e violenze. L’accoglienza non ebbe nulla di caloroso, ma anzi fatiche, disagi; diversi scelsero la via dell’emigrazione oltreoceano.

Ci vollero anni perché lo stato intervenisse favorendo almeno in parte l’integrazione dei profughi nell’Italia del boom, anche se non bastò a sanare la «ferita della memoria» al punto da veder calare sull’intera pagina un silenzio ostinato. Pesarono interessi geopolitici, in fondo la Jugoslavia col suo profilo di «non allineata» era zona cuscinetto tra occidente e blocco sovietico, né mancavano scambi culturali e commerciali, tutto nella logica di una stabilità da perseguire in previsione del dopo Tito. Quell’omertà accomunava la Democrazia cristiana, il partito di maggioranza al governo, con un’opposizione comunista ancora imbevuta delle ambiguità e contraddizioni figlie di una storia lacerante. S’inseriva lì l’istituzione di una giornata destinata, ennesima legge del contrappasso, a farsi ostaggio di toni via via più infiammati.

Una celebrazione pensata per rimarginare i tormenti di un conflitto tra diverse aspirazioni nazionali di italiani, sloveni, croati, delle più diverse appartenenze e ideologie è andata piegandosi al rinnovo dell’antica campagna bellicosa e frontale. Resta l’imperativo, riflettere su una celebrazione entrata nel calendario civile con un sovrappiù di onestà, almeno provarci, cogliendo l’ammonimento di Raoul Pupo: è impossibile osservare le violenze del Novecento in quel triangolo d’Europa se ci si rinchiude in una storia nazionale, si tratti di quella italiana, slovena o croata. Solo considerando punti di vista diversi è possibile alzare il velo sull’infinito secolo breve di un territorio obbligato a conoscere varie appartenenze, nel senso di stati e regimi tra loro ostili. Muovendo da qui forse diventa meno arduo capire quanta fatica possa costare l’inseguimento di una memoria condivisa al punto da giudicarla meta irreale. Al fondo lo si coglie nella formula citata per promuovere il Giorno del ricordo, conservare e rinnovare la memoria […] della più complessa vicenda del confine orientale. Proprio da quel rimando a una complessità impossibile da ridurre bisogna partire, perché ignorandola si agisce sulla storia sbianchettandone contorni e capitoli. Al di là di ogni giudizio storico, il solo azzardarlo configura l’ultima brutalità verso quanti hanno sofferto strappi, lutti, dolori senza quiete e riparo.