
La Fondazione Gramsci Emilia-Romagna apprende con dolore la notizia della scomparsa di Carlo Ginzburg, grande storico, maestro insostituibile da cui intere generazioni hanno appreso il valore della ricerca e del metodo storico. Saremo sempre onorati della sua disponibilità a collaborare con la Fondazione Gramsci, guida autorevole e generosa per la nostra attività scientifica. Lo ricorderemo sempre con stima, amicizia e gratitudine.
La cerimonia di saluto si terrà venerdì 19 giugno 2026 alle ore 11.30 nel cortile dell’Archiginnasio.
Carlo Ginzburg: le ragioni della storia
di Paolo Capuzzo, Presidente Fondazione Gramsci Emilia-Romagna
Per una ricostruzione compiuta del lascito intellettuale di Carlo Ginzburg ci vorranno anni. La vastità dei suoi interessi, l’originalità dei suoi percorsi di ricerca, la profondità dell’impronta che ha impresso su discipline e tradizioni storiografiche diverse rendono oggi impossibile un qualsiasi bilancio dell’impatto della sua opera. Il patrimonio di studi, ricerche, riflessioni che lascia continuerà a essere interrogato a lungo, da generazioni di lettori.
Vi sono tuttavia due aspetti della sua opera che vogliamo richiamare oggi.
Il primo riguarda la stagione storiografica degli anni Sessanta e Settanta di cui Ginzburg fu uno dei maggiori interpreti. In quegli anni, si verificò un rinnovamento della ricerca storica che rivolse la propria attenzione al mondo delle classi subalterne, alle loro culture, alle forme della loro resistenza, ai conflitti e alle tensioni che le opponevano alle classi dominanti. Il contributo di Ginzburg fu decisivo perché riuscì a restituire dignità e rilievo storico a soggetti tenuti ai margini dalla storiografia, senza trasformarli in eroi positivi né piegarli alle esigenze del presente. Anche per questo le fonti inquisitoriali ebbero un ruolo così importante nella sua ricerca: documenti prodotti da istituzioni di controllo potevano restituire tracce di esperienze e universi culturali che quelle stesse istituzioni volevano reprimere. La distanza tra il mondo dello storico e quello dei suoi oggetti di ricerca non fu per lui un ostacolo da eliminare, ma una condizione della conoscenza e una risorsa euristica. Esclusi e vinti della storia non venivano soltanto sottratti all’oblio; ma riconosciuti nella loro capacità di agire nella storia, di produrre culture e visioni del mondo, di opporsi e resistere.
Il secondo aspetto emerge con particolare chiarezza a partire dagli anni Ottanta. In una fase in cui il tema della verità veniva progressivamente relativizzato da diverse correnti intellettuali, Ginzburg comprese, prima di molti altri, che la posta in gioco non era soltanto scientifica. Certo, era in discussione il modo di fare storia, il rapporto tra prove, fonti e interpretazione. Ma era in discussione anche qualcosa di più profondo: la possibilità stessa di fondare criticamente il dissenso e di opporsi alla manipolazione del passato. Da qui, la strenua difesa di una pratica della conoscenza fondata sulla verifica, sul confronto con le fonti e sulla distinzione tra ciò che può essere dimostrato e ciò che non può esserlo.
A distanza di decenni, quella battaglia appare in tutta la sua attualità. Il caos informativo del nostro tempo, la diffusione di forme aggressive di revisionismo e di falsificazione del passato, il ritorno di narrazioni nazionalistiche e occidentalistiche che piegano la storia a strumento di dominio nel presente, si misurano ancora con il problema che Ginzburg aveva individuato. Anche la crisi culturale e politica delle forze che storicamente si sono richiamate all’emancipazione e all’uguaglianza non può essere compresa fino in fondo senza misurarsi con quella sfida. Non si trattava soltanto di difendere un metodo storiografico. Si trattava di difendere le condizioni stesse di una discussione pubblica critica.
La perdita di Carlo Ginzburg lascia un vuoto immenso, ma la sua opera, le sue battaglie intellettuali, le sue domande non appartengono al passato. È questo, oggi, il segno più evidente della sua eredità.