
Isabella Zanni Rosiello, direttrice dell’Archivio di Stato bolognese per oltre venti anni, fino al 1994, è morta il 3 agosto. Tante le dichiarazioni di cordoglio per la sua scomparsa. La Direzione generale Archivi ne ricorda «in special modo l’autorevolezza scientifica, cui si è sempre unita una profonda consapevolezza del valore civile dei documenti e della memoria». Cantiere Bologna commemora questa figura storica della città con il ricordo di un collega e amico
di Stefano Vitali, già soprintendente archivistico per l’Emilia-Romagna pubblicato su Cantiere Bologna
Per apprezzare a pieno lo spessore umano e intellettuale di Isabella Zanni Rosiello bisogna leggere i tre volumetti che fra il dicembre 2020 e il marzo 2024 ha stampato a proprie spese e distribuito agli amici. Li ha scritti per riflettere e raccontare qualcosa di sé attraverso le cose che si sono andate sedimentando attorno a lei nel corso della vita: i mobili e gli oggetti di casa, i libri, le carte, le fotografie, i file digitali. Sono pagine per nulla narcisistiche, nelle quali con semplice eleganza le riflessioni si colorano di implicazioni e significati che trascendono la vicenda personale, grazie anche al continuo richiamo della fitta trama delle sue letture ma anche dei film visti, della musica amata.
Da esse emerge l’immagine di un’intellettuale a tutto tondo che ha attraversato, con grande consapevolezza culturale e civile, la seconda parte del Novecento ed è approdata al nuovo secolo, animata da una curiosità inesauribile di fronte alle tante trasformazioni cui esso ci ha posto di fronte, a partire dall’avvento del digitale, la rivoluzione che ha cambiato la professione cui si è dedicata per oltre un trentennio, quella di archivista.
In uno di quei volumetti Isabella si è definita un’«archivista qualunque». In realtà, un’«archivista qualunque», proprio non lo è stata. È stata una delle personalità più significative del mondo archivistico nazionale degli ultimi decenni. Dal 1973 al 1994 ha diretto un Archivio di Stato importante come quello di Bologna, imprimendogli uno slancio che ne ha fatto un punto di riferimento a livello nazionale, per l’attenzione ai rapporti con gli utenti, l’ampliamento degli orari di apertura, le prime esperienze di didattica degli archivi che hanno introdotto in quegli istituti un pubblico totalmente nuovo.
Archivista negli archivi di Stato, è stata la prima a capire, più di trent’anni fa, quanto stava accadendo nel mondo degli archivi che statali non sono e a richiamare l’attenzione sul fenomeno – che oggi ci appare scontato – della disseminazione del patrimonio archivistico in una miriade di luoghi, istituti e centri che innervano quello che ha definito il “policentrismo della conservazione”. Di questo ha messo in evidenza potenzialità, ma anche problemi, impegnandosi attivamente nel comitato scientifico del progetto “Città degli archivi” che, nel primo decennio del nuovo secolo, con il finanziamento delle Fondazioni bancarie di Bologna, ha cercato di dare una risposta ai problemi di conoscenza, salvaguardia, accessibilità delle fonti archivistiche contemporanee della città e del territorio bolognese, soprattutto di quelle ospitate in realtà conservative più fragili, come scuole, associazioni, organizzazioni private.
Isabella non ha mai disgiunto il fare pratico dalla riflessione critica e dallo studio degli archivi. Nonostante guardasse con un certo distacco all’archivistica come una disciplina a sé stante, i suoi scritti, insieme a quelli dei sodali Claudio Pavone e Filippo Valenti, hanno contribuito fra gli anni Settanta e i Novanta a porre su nuove basi i fondamenti stessi del mestiere di archivista. Il suo volume Archivi e memoria storica (1987) è stato una pietra miliare che ha dato un forte segno di discontinuità nella letteratura archivistica italiana e ha costituito una sorta di vera e propria rivelazione per la generazione di archivisti che allora si stava formando. A costoro e alle generazioni successive ha insegnato che gli archivi vanno in primo luogo considerati come prodotti della storia. La conoscenza dei loro processi di sedimentazione e di trasmissione, non solo offre la chiave per un utilizzo proficuo come fonti storiche, ma contribuisce a disvelare i rapporti di potere e le culture dei relativi contesti storici.
La sintesi più efficace del suo modo di guardare agli archivi è racchiuso nel titolo del volume L’archivista sul confine (2000). Stare sul confine ha significato per lei non rinchiudersi in sterili steccati, ma dialogare di continuo con altre discipline e professioni, in primo luogo, con la storia nelle sue molteplici declinazioni, ma anche con la filologia e la critica letteraria. Isabella stessa è stata storica di vaglia. Alla storia delle istituzioni ha dedicato studi importanti sulla formazione dell’Italia unita, così come ha riflettuto sui fondamenti epistemologici e la metodologia della ricerca storica, suprattutto sul versante dei rapporti con le fonti archivistiche. Negli ultimi anni ha declinato l’intreccio fra archivi, storia delle istituzioni, letteratura in forme decisamente originali dedicandosi a ricerche sulla letteratura come fonte per la storia della burocrazia, confluite nel volume I Donchisciotte del tavolino (2014)
Nella pagina finale dell’ultimo dei volumetti, da cui ho preso le mosse, Isabella ha riflettuto sulle diverse immagini di lei che essi rinviano: «Quella che meglio mi raffigura, o vorrei che mi raffigurasse, è quella dell’ombra, in quanto enigmatica, ambigua, sfuggente, fino a quando… scomparirà del tutto».
Non so se e quando quest’ultima previsione si avvererà. Quello che so è che quell’ombra ci accompagnerà ancora a lungo, poiché ciò che Isabella è stata ha ancora moltissimo da insegnare a chi senza di lei oggi si sente più solo, come molti in questi giorni hanno scritto nel ricordarla.