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Educare con “poesia”

Un contributo sull’insegnamento della poesia

Col termine “poesia” non intendo né semplicemente le norme retoriche che la regolano, né soltanto la Poesia dei grandi, di cui si studiano vita-opere-contesto-analisi e di cui spesso si leggono pochissime liriche e se ne approfondiscono ancor meno. Non intendo nemmeno le tecniche di analisi che siano o meno tradizionali, strutturaliste, psicoanalitiche ecc. perché comunque tutte, se usate senza misura, tendono a sopprimere lo slancio unico e irripetibile della poesia.
Cosa intendo dunque?

Intendo uno sguardo, un modo di porsi, di ragionare e di sentire.
Dobbiamo dunque essere tutti poeti? Dobbiamo insegnare ai giovani a scrivere poesie o indurli a compulsive partecipazioni a concorsi, corsi di scrittura creativa e quant’altro?
Nemmeno questo.
A mio avviso la poesia è per la scuola un’occasione per educare, formare, “edificare” l’animo, la mente, il cuore dei ragazzi; per risvegliarli, non certo per addomesticarli; per prepararli a una propria vita spirituale non solo alla vita “reale”, spesso quasi unicamente produttiva.
La poesia può aiutare in questo compito meglio di qualsiasi altra disciplina perché, come dice Montale: “è un’attività inutile, ma quasi mai nociva” e perché è un’attività che non paga, in questo è diversa anche dalla produzione di best sellers. Insomma la poesia mantiene una sua “purezza” anche in questo mondo in cui tutto si vende e tutto si compra.
Un altro motivo per cui la poesia ha una forte valenza educativa è che risponde ad alcune esigenze primarie dell’uomo, vicina in questo all’arte in genere e soprattutto al sacro.
Mi pare che le esigenze siano:
•    l’esigenza, appunto, del sacro, del trascendente. La poesia è sempre un po’ una preghiera, cioè un’apertura all’altro; lo afferma efficacemente anche la teologa Adriana Zarri: “(…) la poesia è in atteggiamento contemplativo e, tra poesia e preghiera, c’è parentela stretta”;
•    l’esigenza della gratuità e della spiritualità, dell’introspezione. È giusto non pensare alla poesia romanticamente come al sacro fuoco dell’ispirazione, ma certo la poesia, se pure non deve essere mero sfogo autobiografico, esprime l’interiorità dell’uomo, il suo io profondo, i suoi sentimenti, le emozioni, in una parola il suo canto più unico, che alla fin fine grazie alla poesia diventa il canto di tutti;
•    l’esigenza del bello, cui nessuno è esente, ma che deve essere educata (come spesso sottolinea Simone Weil);
•    l’esigenza del mistero, la poesia non dice tutto, la poesia è spesso lento disvelamento, la poesia deve essere non spiegata, ma interpretata, rivissuta anche aldilà di quanto ha voluto dire il poeta;
•    l’esigenza (non stupisca questa affermazione) di regole, di norme che non soffochino ciò che nasce dal cuore e dalle viscere, ma che anzi lo aiutino ad uscire, lo rendano comune ad altri, lo rendano, insomma, dicibile;
•    l’esigenza “politica” di ogni popolo di avere una sua voce, non è un caso che nelle dittature tra i primi ad essere esiliati o uccisi siano sempre i poeti.
Rispondere a queste esigenze significa proporre nel contempo dei valori etici forti, che siano punto di riferimento per i giovani (anzi per tutti) e, insieme, li rendano autenticamente liberi.
A questo punto, quando si è chiarito che la poesia è tutto questo (e molto altro), si può e si deve recuperare parte del bagaglio scolastico e dunque:
•    analisi dei meccanismi che fanno di un insieme di parole una poesia; è importante insistere soprattutto su:
    livello metrico e ritmico (la poesia è canto, tra gli altri lo dice benissimo Borges in un libro su Dante);
    livello fonosimbolico (la poesia in quanto canto ha un suono e il suo suono ha un preciso significato che va oltre le parole, e questa non è un’educazione alla spiritualità, ad andare oltre le apparenze, a capire la complessità del reale?);
    livello del significante in genere con tutte le figure retoriche;
    livello del significato (testo e contesto);
•    esercitazioni, insomma costruire un’officina di poesia, in cui non necessariamente tutti diventeranno grandi poeti o “piccoli” poeti, ma in cui tutti potranno acquisire (o almeno intuire) uno sguardo poetico. Le esercitazioni possono andare:
    dalla lettura ad alta voce (essenziale, proprio perché la poesia è canto);
    all’analisi di figure retoriche, metriche, fonosimboliche nei più diversi testi, dal linguaggio quotidiano, alle pubblicità;
    alla composizione di proprie liriche, sperimentando temi diversi, ma anche forme metriche tradizionali ad esempio il sonetto, o nella metrica la terzina dantesca; i più “sensibili” o “dotati” possono arrivare a un linguaggio personale; ma tutti se guidati possono approdare a quel famoso sguardo!

A questo punto, posso raccontare la mia esperienza. Qualche anno fa, insegnavo nel triennio di un istituto tecnico, per festeggiare l’arrivo del Natale ho indetto nelle classi quarta e quinta un “Poesia party”. Nient’altro che una festa della poesia.
Ho invitato i ragazzi a disporsi anche esteriormente come meglio credevano (solo due o tre, oltre alla sottoscritta, hanno però accettato questo invito), quindi ho chiesto loro di portare una o due poesie, di un poeta a scelta o addirittura propria, e di presentarla alla classe come meglio credevano, recitandola, accompagnata dalla musica, semplicemente appendendola a un’apposita bacheca. Io stessa ho letto una poesia. Chi voleva poteva spiegare il motivo della scelta, gli “uditori” erano autorizzati a fare domande, senza però dare giudizi sulla scelta e sui motivi della scelta.
È stato un successo, se pure i ragazzi non si sono abbigliati in modo speciale, però tutti, anche i più timidi, i più riottosi, avevano la loro bella poesia, tutti l’hanno letta: anzi qualcuno ne aveva due o tre e qualcuno aveva scritto poesie proprio per quell’occasione (le ho gelosamente conservate).
Posso quindi concludere affermando a ragion veduta che la poesia è soprattutto una festa!