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Silvio D’Arzo, Penny Wirton e il Supplente

Il più bel libro per ragazzi italiano dopo Pinocchio. Così definiva Penny Wirton il maestro Giuseppe Pontremoli, grazie al quale le opere per l’infanzia di Silvio D’Arzo furono riscoperte.

Ezio Comparoni  – era questo il  nome reale dello scrittore  – insegnava alle scuole superiori di Reggio Emilia. Scrisse “di nascosto”, pubblicò pochissimo, perché respinto dagli editori,  morì a 32 anni, nel 1952.

La figura del Supplente come compare nel romanzo è una di quelle che difficilmente si dimenticano…

 

Silvio D’Arzo, Penny Wirton e sua madre, in Opere, Monte Università Parma, 2003


(…) L’uscio si spalancò all’improvviso, e sbattè contro il muro, e due o tre vetri si infransero a terra. E ne uscì un uomo tutto quanto vestito di nero, su per giù come un giovane prete, con in più due fibbiole di latta alle scarpe e in mano una canna lunga il doppio di una lenza da trote.
Era magro come tre uomini magri, ed arrabbiato per sei: e quel che non era rabbia, era sdegno e matto dispetto e desiderio d’usare la canna.

Con l’altra mano si trascinava dietro un ragazzo tutto vestito di giallo: e quando fu nel corridoio lo lasciò andare di colpo come si lascia andare un canestro dal manico sporco di fango.
I tre ragazzi s’addossarono al muro con tutte le forze: sicché, a prima vista, parevano tre disegni e nient’altro.
– E adesso apri bene le orecchie, – si mise a dire al ragazzo il Supplente che ormai non aveva più voce.
– Adesso ascoltami bene. Io mi chiamo Isaia Balcop, sono Baccelliere d’arte e maestro di scuola: ho ventisette anni e a momenti ventotto: e da dieci non faccio che andare da una scuola all’altra, come un pitocco alle fiere. E ho conosciuti tutti i tipi di scolari del mondo: timidi, idioti, nervosi, insopportabili, maniaci, smemorati, distratti, impudenti, malarnesi di strada, topi di banco e anche peggio. Ho conosciuto, dico, ragazzi dalla lingua proibita, da dar dei punti anche a Gionata Swift… Ma uno come te mai, in dieci anni. Sei l’impudenza incarnata. Questa, per prima cosa, ragazzo. E ce n’è poi una seconda….

Il Supplente s’interruppe per inghiottire saliva: e il ragazzo lo guardava tremando, e cercava di balbettare qualcosa.

– E ce n’è poi una seconda. Se fai un giro per le quarantotto Contee, mare o monte è lo stesso, fa questa domanda a tutti i ragazzi dai sette ai quattordici anni (quindici anni, in certi casi, perfino): “Quante cose esigeva da voi il Supplente Balcop, Baccelliere darte e maestro di scuola?” E loro subito: “Tre”. “E quali?”, dirai. “Prima cosa: rispetto. Seconda cosa: rispetto. Terza cosa: ancora e sempre rispetto”. E se tu un’altra volta t’azzarderai solo a pensare di… – E fece l’atto di alzare la canna.
In quel momento s’aprì di colpo il cancelletto di legno e sulla ghiaia del viale si sentì un ben strano rumore.
Una donna, sui cinquant’anni e un po’ di più, tutta vestita di nero, attraversava in gran fretta il giardino: e saliva i quattro gradini: e in un secondo e nemmeno era lì.

Il Supplente si volse accigliato.

– Mi dispiace per voi, la mia donna, ma questa qui non è ora da visite. Se non sbaglio, il cartello lo dice ben chiaro e in chiarissimi caratteri inglesi.

– Non sbagliate, signore, – rispose ancora ansimando la donna.- E dispiace molto anche a me. Ma c’è un fatto..

E gli disse qualcosa all’orecchio. Il Supplente guardò prima lei e poi il ragazzo, come chi non riesce ancora a comprendere bene. E la donna gli si avvicinò nuovamente e gli parlò ancora ed a lungo all’orecchio. E questa volta il Supplente dovette capire ogni cosa, perché alla fine si rivolse sorridendo al ragazzo.

– Bene, Penny. Benissimo, – gli disse.

– Ecco una buona lezione per me: una lezione in piena regola, certo. Di questo puoi stare tranquillo. Ma chi poteva saperlo, mi dici? Io sono un uccello forestiero, quaggiù: non conosco niente e nessuno; e anche il Cieco potrebbe darmi dei punti… Così adesso, Penny, mi fai il favore di rientrare al tuo posto. E se, prima, mi vorrai dare la mano, credo che la cosa sarà anche due volte migliore.
Il ragazzo vestito di giallo gli diede sorridendo la mano e mormorò qualcosa e rientrò.
Strisciando lungo il muro ed in punta di piedi, anche gli altri tre s’infilarono in classe.
– Perché c’è sotto tutta una storia, vedete, – disse un po’ imbarazzata la madre al Supplente. – E se un giorno non dovessi annoiarvi…

– E perché non adesso? – disse invece il Supplente. – Credete che a scuola se ne racconti qualcuna migliore?
E, siccome in quel momento s’accorse d’aver ancora in mano la canna, per prima cosa arrossì e poi fece l’atto di cacciare con quella le mosche. (…)

Sulla scrittura di Silvio D’Arzo è intervenuto il prof Fabrizio Frasnedi (curatore con altri della sua opera omnia) al convegno sui “Classici italiani per l’infanzia” curato dalla “Bottega dell’Elefante”.

I libretti con i testi letti nell’intero  ciclo di incontri sono ancora disponibili gratuitamente. Chi fosse interessato, invii una mail a info@labottegadellelefante.it[:en]Il più bel libro per ragazzi italiano dopo Pinocchio. Così definiva Penny Wirton il maestro Giuseppe Pontremoli, grazie al quale le opere per l’infanzia di Silvio D’Arzo furono riscoperte.

Ezio Comparoni  – era questo il  nome reale dello scrittore  – insegnava alle scuole superiori di Reggio Emilia. Scrisse “di nascosto”, pubblicò pochissimo, perché respinto dagli editori,  morì a 32 anni, nel 1952.

La figura del Supplente come compare nel romanzo è una di quelle che difficilmente si dimenticano…

Silvio D’Arzo, Penny Wirton e sua madre, in Opere, Monte Università Parma, 2003


(…) L’uscio si spalancò all’improvviso, e sbattè contro il muro, e due o tre vetri si infransero a terra. E ne uscì un uomo tutto quanto vestito di nero, su per giù come un giovane prete, con in più due fibbiole di latta alle scarpe e in mano una canna lunga il doppio di una lenza da trote.
Era magro come tre uomini magri, ed arrabbiato per sei: e quel che non era rabbia, era sdegno e matto dispetto e desiderio d’usare la canna.

Con l’altra mano si trascinava dietro un ragazzo tutto vestito di giallo: e quando fu nel corridoio lo lasciò andare di colpo come si lascia andare un canestro dal manico sporco di fango.
I tre ragazzi s’addossarono al muro con tutte le forze: sicché, a prima vista, parevano tre disegni e nient’altro.
– E adesso apri bene le orecchie, – si mise a dire al ragazzo il Supplente che ormai non aveva più voce.
– Adesso ascoltami bene. Io mi chiamo Isaia Balcop, sono Baccelliere d’arte e maestro di scuola: ho ventisette anni e a momenti ventotto: e da dieci non faccio che andare da una scuola all’altra, come un pitocco alle fiere. E ho conosciuti tutti i tipi di scolari del mondo: timidi, idioti, nervosi, insopportabili, maniaci, smemorati, distratti, impudenti, malarnesi di strada, topi di banco e anche peggio. Ho conosciuto, dico, ragazzi dalla lingua proibita, da dar dei punti anche a Gionata Swift… Ma uno come te mai, in dieci anni. Sei l’impudenza incarnata. Questa, per prima cosa, ragazzo. E ce n’è poi una seconda….

Il Supplente s’interruppe per inghiottire saliva: e il ragazzo lo guardava tremando, e cercava di balbettare qualcosa.

– E ce n’è poi una seconda. Se fai un giro per le quarantotto Contee, mare o monte è lo stesso, fa questa domanda a tutti i ragazzi dai sette ai quattordici anni (quindici anni, in certi casi, perfino): “Quante cose esigeva da voi il Supplente Balcop, Baccelliere darte e maestro di scuola?” E loro subito: “Tre”. “E quali?”, dirai. “Prima cosa: rispetto. Seconda cosa: rispetto. Terza cosa: ancora e sempre rispetto”. E se tu un’altra volta t’azzarderai solo a pensare di… – E fece l’atto di alzare la canna.
In quel momento s’aprì di colpo il cancelletto di legno e sulla ghiaia del viale si sentì un ben strano rumore.
Una donna, sui cinquant’anni e un po’ di più, tutta vestita di nero, attraversava in gran fretta il giardino: e saliva i quattro gradini: e in un secondo e nemmeno era lì.

Il Supplente si volse accigliato.

– Mi dispiace per voi, la mia donna, ma questa qui non è ora da visite. Se non sbaglio, il cartello lo dice ben chiaro e in chiarissimi caratteri inglesi.

– Non sbagliate, signore, – rispose ancora ansimando la donna.- E dispiace molto anche a me. Ma c’è un fatto..

E gli disse qualcosa all’orecchio. Il Supplente guardò prima lei e poi il ragazzo, come chi non riesce ancora a comprendere bene. E la donna gli si avvicinò nuovamente e gli parlò ancora ed a lungo all’orecchio. E questa volta il Supplente dovette capire ogni cosa, perché alla fine si rivolse sorridendo al ragazzo.

– Bene, Penny. Benissimo, – gli disse.

– Ecco una buona lezione per me: una lezione in piena regola, certo. Di questo puoi stare tranquillo. Ma chi poteva saperlo, mi dici? Io sono un uccello forestiero, quaggiù: non conosco niente e nessuno; e anche il Cieco potrebbe darmi dei punti… Così adesso, Penny, mi fai il favore di rientrare al tuo posto. E se, prima, mi vorrai dare la mano, credo che la cosa sarà anche due volte migliore.
Il ragazzo vestito di giallo gli diede sorridendo la mano e mormorò qualcosa e rientrò.
Strisciando lungo il muro ed in punta di piedi, anche gli altri tre s’infilarono in classe.
– Perché c’è sotto tutta una storia, vedete, – disse un po’ imbarazzata la madre al Supplente. – E se un giorno non dovessi annoiarvi…

– E perché non adesso? – disse invece il Supplente. – Credete che a scuola se ne racconti qualcuna migliore?
E, siccome in quel momento s’accorse d’aver ancora in mano la canna, per prima cosa arrossì e poi fece l’atto di cacciare con quella le mosche. (…)

Sulla scrittura di Silvio D’Arzo è intervenuto il prof Fabrizio Frasnedi (curatore con altri della sua opera omnia) al convegno sui “Classici italiani per l’infanzia” curato dalla “Bottega dell’Elefante”.

I libretti con i testi letti nell’intero  ciclo di incontri sono ancora disponibili gratuitamente. Chi fosse interessato, invii una mail a info@labottegadellelefante.it